giovedì 5 maggio 2016

del perché ci si chieda perché i single sono single. e di come sarebbe il caso di smettere.

ho letto questo articolo un bel po' di volte prima che riuscissi a formulare un pensiero in merito, senza peraltro che mi sia stato chiesto da alcuno, e scrivere quello che diventerebbe il mio terzo post sull'argomento dopo sempre single, mai sola e ancora single ma mai sola,
nella speranza che chi mi legge non pensi che questo discorso stia diventando un'ossessione perché non è così: tre post su un totale di 240 ha un'incidenza minima, cioè del 1,25% (sempre che l'aritmetica imparata controvoglia alle medie mi abbia supportato correttamente). 

e comunque dicevo di aver formulato un pensiero che potrei sintetizzare con un "non rompeteci i coglioni" ma, si sa, mi piace scrivere cose che superino le dieci righe. 


ho smesso di chiedermi perché sono single per svariati motivi, tra cui il più importante sono le risposte che mi davo e che hanno seriamente minato la mia sanità mentale. 

tipo essere stata Mata Hari in una vita precedente, compensare la sofferenza che ho inflitto io agli altri alla fine di un amore (considerando i fatti tra l'altro dovrei già esserci ampiamente riuscita) o essere nata con l'unico obiettivo di indicare a tutte le persone con cui ho avuto una relazione di qualsiasi genere, o lunghezza, la strada delle felicità con un'altra persona

ho smesso di farmi chiedere perché sono single per svariati motivi, tra cui le risposte che ero solita dare e che il più delle volte mi mettevano di pessimo umore per parecchie ore dopo l'indiscreto quesito. tipo che è colpa mia perché scelgo gli uomini sbagliati e magari nel mio inconscio lo faccio apposta, oppure sono solo sfortunata e incontrerò quello giusto il giorno prima di morire di vecchiaia, o ancora che è un destino un po' del cazzo che mi fa incontrare uomini discutibili. 


quindi, se ho smesso di chiedermelo io e non me lo faccio più chiedere dagli altri, 

capisco molto poco la voglia di analizzare per forza la situazione. 

ricerchiamo il mito del grande amore nonostante siano passati gli anni dell'adolescenza? 

può darsi ma buon per chi lo fa e non si accontenta del primo stronzo che passa per non sentirsi solo o pagare le bollette a metà. 

rifuggiamo per un periodo da relazioni di qualunque genere perché l'ultima volta che abbiamo chiuso siamo stati così male da non riuscire neppure a respirare? 

forse, ma del resto sono, con tutto il rispetto, anche un po' cazzi nostri. 

saltiamo da una frequentazione all'altra senza che questo comporti un impegno diverso dal decidere per messaggio quando e dove vederci? 

probabile, ma non capisco perché si debba dare amore se non lo si prova, non ne vale la pena o al momento non è contemplato. 

ci sentiamo single nonostante matrimonio, convivenza o relazione stabile? 
non è possibile: se si è in coppia non si è single e si farebbe bene a diventarlo molto presto se ci si sentisse così. 

quindi è così, siamo come tutti: lavoriamo, andiamo a correre, teniamo in braccio bambini, giochiamo con il cane, beviamo un bicchiere di vino la sera per scaricare i nervi, litighiamo con perfetti sconosciuti e telefoniamo alla mamma. 

ci incazziamo, piangiamo, dormiamo troppo poco, mandiamo messaggi a orari assurdi, cuciniamo per gli amici, compriamo macchine nuove e facciamo l'amore. 
ridiamo a crepapelle, scegliamo di vedere un film, compriamo cose che difficilmente metteremo, andiamo a farci la piega, pestiamo accidentalmente merde di cane,siamo invitati a matrimoni e decidiamo di fare viaggi. 
perdiamo il treno, andiamo a sciare, ci facciamo venire crisi di nervi ogni volta che dobbiamo mettere il piumone matrimoniale nel copripiumone, andiamo in un ristorante che ci piace, stiamo a letto tutto il giorno, tifiamo fortemente una squadra di calcio e cambiamo colore di capelli. 
abbracciamo forte un nonno, scriviamo a un'amica lontana, scegliamo un profumo nuovo, traslochiamo in un'altra città, affrontiamo un lutto, cantiamo sotto la doccia e balliamo senza la vergogna di quando eravamo più piccoli. 

siamo come tutti e viviamo come tutti. solo che lo facciamo da soli. 

quindi no, scusate ma non abbiamo tempo di chiederci perché, di rispondere a domande impertinenti o di leggere articoli che ci indicano come fossimo casi umani. 

e ora che è finita la Walkürenritt di Wagner che ho usato come colonna sonora motivazionale per scrivere questo post, posso concludere con estremo ed efficace riassunto, 

non rompeteci i coglioni. 

martedì 3 maggio 2016

2 maggio, il giorno del mio ringraziamento

ieri era il 2 maggio, l'anniversario dei due giorni più felici della mia vita. 

di quel tipo di felicità che non ha bisogno di un velo di malinconia per renderti più interessante agli occhi degli altri, 
che non cerca l'allegria per renderti più luminosa, 
che non vuole un'altra persona per aumentare il suo effetto su di te. 

di quel tipo di felicità che non si esaurisce in una notte inaspettata,  
che non si conclude con qualche ora di ebbrezza dei sensi, 
che non termina con un sorriso, a meno che a ridere non siano tutte le tue interiora. 

di quel tipo di felicità che non riesce a farti dormire, 
che non aspetta che sia il giorno dopo per parlarne con qualcuno, anche solo l'immagine di te stesso allo specchio,
che non passa inosservata agli occhi di chi incontri. 

di quel tipo di felicità che non conosce le regole del tempo perché inizia prima, continua durante e non termina mai, 
che infrange quelle dello spazio perché pur essendo immensa riesce a stare dentro te, 
che non si lascia sognare perché è così verosimile da sembrare irripetibile. 

di quel tipo di felicità così solo tua che non riesci a spiegarla a nessuno, 
così intima che non ne conosci l'origine vera ma solo quella apparente, 
così totalizzante che non ti lascia stare neppure per un attimo. 

di quel tipo di felicità che rende il 2 maggio il mio giorno del ringraziamento, 
un giorno in cui di norma non smetto mai di sorridere. 

e che mi fa pensare che se tutti avessero un 2 maggio, anche a distanza di 11 anni l'uno dall'altro come per me, al mondo ci sarebbe un po' più di speranza. 

venerdì 15 aprile 2016

innamorarsi

nell’ultimo post dicevo che è molto tempo che non dico “ti amo” e ancora di più che non me lo sento dire. questo, però, non significa che io nel frattempo non mi sia però innamorata, anzi: mi è successo molte volte. 

mi sono innamorata di un biglietto lasciatomi a casa, 
di una canzone che ho sentito così tanto che poi mi è venuta la nausea, 
di un libro regalato da un’amica e di quello consigliato per cambiare la mia vita. 

mi sono innamorata di un paio di occhiali da sole, 
del letto della stanza dell’albergo di Verona, così grande da farmi sentire davvero piccola,
della mia macchina nuova e di tutti i km che ho fatto con lei tra musica, lacrime e parolacce. 

mi sono innamorata della vellutata di zucca e mele assaggiata per caso durante un törggelen, 
di una mattina che ho messo la sveglia all’alba e sono andata a sciare da sola,
dell’ennesima volta che ho visto un film con Robert Redford e, naturalmente, anche di lui. 

mi sono innamorata di una notte inaspettata senza innamorarmi di lui,
della luce del deserto quando il sole scende lento e il vento si alza forte, 
di un profumo non mio e di quello che indosso ora. 

mi sono innamorata del gin tonic con Hendricks, pepe e cetriolo, 
del mio compleanno a Montecarlo e degli amici con cui l’ho trascorso, 
del matrimonio della mia migliore amica e del suo bambino, che è anche mio nipote. 

mi sono innamorata di una serata con i miei amici, 
della mia festa dei 30 anni, 
di una telefonata ancora da fare e di quella ricevuta che non dimenticherò. 

mi sono innamorata di una foto di papà, della sua voce e del suo profumo, 
delle rare volte che noi tre fratelli siamo insieme, 
delle cene con la mamma e degli aperitivi con il nonno Franco. 

mi sono  innamorata di una lettera scritta con cura ma mai spedita, 
di un cd lasciato in un libro di macroeconomia a cui è stato tolto dignità, 
di messaggi lasciati in bozze e di un fiore portato per colazione.

mi sono innamorata del cuore che mette Giulia in ogni parola che mi dice, 
dei miei ricordi, nitidi o meno, 
di un bacio dato per errore e della mia prima volta. 

mi sono innamorata di un gol di Bazzani su assist di Flachi, 
di me nella Sud a vedere la Sampdoria, 
di un anello che mi è stato rubato e di Lefty.

mi sono innamorata di un’idea, una città, un mare diverso da quello di Genova e di capelli intrisi di sale. 

mi sono innamorata di un lavoro, un certo tipo di neve, di CARE’s e di una temperatura molto rigida. 

mi sono innamorata di una professione altrui, di un bicchiere di vino, di una Merit presa fra un pacchetto morbido e della focaccia con le cipolle.

mi sono innamorata degli  uomini sbagliati e sono innamorata dell’amore. 

sono una che si innamora molto spesso ma che ama molto, molto raramente. 
il bello, per me, è proprio questo. 

giovedì 10 marzo 2016

le parole che non dico più

non dico ti amo da 5 anni. 

non dico ti amo da 5 anni perché l’ultima volta che l’ho detto è rimasta una frase così sola e  appesa a un filo di nulla che mi ero promessa di riflettere con molta attenzione su chi gratificare gratuitamente con quelle parole, 
perché un conto era innamorarsi di uno stronzo e un conto era dirglielo 
o perché l'avevo sostituito con un sonoro ti odio pensato in silenzio. 

non dico ti amo da 5 anni perché probabilmente non mi sono sentita del tutto a mio agio con gli altri uomini della mia vita, 
perché sono certa che quella volta che mi è stato detto e ho risposto “grazie” ha determinato il mio karma
o perché sono convinta della regola non scritta per cui un uomo debba dirlo per primo ed evidentemente non mi è andata così bene.

non dico ti amo da 5 anni perché forse non sono stata così coraggiosa da mettere volontariamente in fuga chi se lo sarebbe sentito dire, 
che chissà, magari non avrei perso tempo ad aspettare chissà quale segnale da una persona che non voleva farsi lasciare segni da me
o probabilmente perché ho confuso l’amore con un momento di bisogno in un giorno di dolore prima di una notte di mezza estate. 

non dico ti amo da 5 anni perché a quelle due parole dò un peso specifico così potente che non mi sento di regalarle al primo che mi fa venire i brividi, 
perché c’è una precisa dimensione dell’amore che si può esprimere solo a parole, quelle parole che non possono essere spese per ogni storia 
o perché di solito prima di dirlo lo scrivo e prima di scriverlo lo sogno di notte. 

non dico ti amo da 5 anni e non me lo sento dire da 6.

forse chiederete come sia possibile; 
non so, ma è proprio così e francamente me ne infischio. 

lunedì 15 febbraio 2016

le parole che ci saremmo detti

questa volta te la aspetti, Adri, lo so. 
perché parliamoci chiaro, Sanremo l’abbiamo sempre visto e una canzone come questa ci avrebbe fatto ridere insieme e chissà, magari tu ti saresti pure un po’ commosso 
(se non altro perché ne avresti già compiuti 65 e l'età non agevola la freddezza). 

ti avrei detto che gli esami, sia quelli all’università sia quelli della vita, mi fanno venire ansia e che l’ansia si trasforma in mal di pancia,
e che li mal di pancia è la cosa meno indicata se uno ha un esame, sia dell’università sia della vita, 
e tu mi avresti risposto che a volte non mi rendo conto di quello che posso valere “che mica te lo dico perché sono tuo papà” , 
che per rilassarmi posso sempre bere mezzo bicchiere di vino 
e che in ogni caso nella vita tutto si può recuperare, figuriamoci un brutto voto. 

ti avrei detto che certi giorni ho paura ma una paura irrazionale, di quelle che ti prendono nel mezzo di un pomeriggio e magari nascono da una canzone che non è il momento di sentire, 
dal commento di qualche vecchio sconosciuto o da un messaggio che non sei pronto a leggere, 
e tu mi avresti detto che solo chi ha paura conosce il valore del coraggio, 
che le cose si risolvono anche quando sembra non ci sia una soluzione 
e avresti accennato “don’t you worry, don’t you worry child, see heaven’s got a plan for you” degli Swedish House Mafia (ok, non è vero, questo è un mio sogno segreto di cui la realizzazione sarebbe stata improbabile ma quando la ascolto immagino sempre tu che me la canti). 

ti avrei detto che a volte vorrei tornare indietro negli anni, tipo a quando ero piccola e facevo finta di dormire quando tornavamo tardi a casa con la macchina e tu mi portavi in braccio fino a casa, 
o a quando ti ho detto seriamente “speriamo che stanotte non mi ammazzino” come risposta alla tua buonanotte,
o più indietro ancora, a quando la mamma mi metteva in terrazza sotto le tue calze appese e io ridevo di gusto, 
e tu mi avresti detto che sì, è stato bello anche per te quando ero piccola e mi davi la mano per attraversare la strada (veramente me l’avresti data ancora, lo sappiamo entrambi), 
che però non è giusto rifugiarsi nel passato quando siamo spaventati del futuro perché così non si va da nessuna parte 
e che in ogni caso sarei sempre stata la tua bambina. 

ti avrei detto che è proprio come dice questa canzone degli Stadio, quando ti lascia un uomo non si riesce a respirare e ti avrei chiesto come cazzo si fa, papà, a continuare a svegliarsi la mattina se lui non c'è più
che non è giusto capiti sempre a me di trovare persone che mi fanno soffrire mentre io amo così tanto 
e che sarei morta da sola, senza nessuno al mio fianco
e tu mi avresti stretto, proprio come dice questa canzone degli Stadio, dicendomi che a volte gli uomini non se la sentono e preferiscono scappare, 
che comunque vale sempre la pena vivere un amore e che quando l’avrò superata lo capirò 
e avresti concluso con un semplice quanto efficace “comunque è un coglione a perderti, se vuoi glielo dico io”. 

ci saremmo detti anche molto altro, ci saremmo pure mandati a fanculo e poi ci saremmo chiesti scusa. 
è stata dura senza di te, è ancora dura, ma noi tre ce la stiamo mettendo tutta 
anche se ci manchi tanto, ci manchi sempre. 

ti voglio bene papà, 

Pinato

venerdì 29 gennaio 2016

almeno credo

credo nei grazie. ogni volta che si ha occasione di dirlo. 
grazie per avermi passato l’olio, grazie per avermi regalato un oggetto che volevo, 
grazie della telefonata e grazie per avermi sopportato quando facevo la stronza. 
credo nel dire grazie, per un gesto passato, un fatto presente e per quello che sarà in futuro. 

credo negli abbracci. in tutti i tipi di abbraccio
gli abbracci tristi di quando senti il bisogno di piangere 
e quelli di felicità, che magari era un po’ che non vedevi una persona e stringendola ti sembra di ricambiare le parole non dette, 
quelli di notte, mentre un po’ dormi, un po’ sogni e un po’ chissà 
e credo che quelli dati senza motivo un attimo all’improvviso siano i migliori. 

credo nei vaffanculo. sia come terapia che come liberazione ma soprattutto come diritto inalienabile.
nei vaffanculo urlati a gran voce quando vai allo stadio per vedere il derby, 
in quelli pensati mentre butti giù il telefono a un fidanzato che dice la cosa sbagliata in un  momento sbagliatissimo, 
in quelli scritti su un foglio di carta che nascondi nell’agenda di lavoro che così non li perdi 
e in quelli generici, detti o pensati senza un motivo particolare, la cui sola e vitale funzione è concederti di respirare.  

credo nella musica. in tutte le sue forme. 
nella musica che ti tiene compagnia quando il rumore della casa vuota unito alla rottura coglioni di fare le pulizie fa passare in fretta quei momenti drammatici, 
in quella che balli in un appartamento buio all’alba di un giorno che sta per arrivare con la persona che ti piace, 
nei brani che ascolti per caso e sono capaci di portarti indietro nel tempo e lasciarti addosso la stessa identica sensazione provata allora 
e credo che non sia giusto giudicare le persone a seconda dei loro gusti musicali, tuttavia ritengo che lasciarmi una canzone dei Pooh in segreteria per cercare di conquistarmi sia stato un ottimo motivo per concludere un’improbabile relazione. 

credo nella famiglia, negli amici e nelle persone di sesso maschile che hanno in qualche modo fatto parte della mia vita, 
credo nell’impegno, nella capacità di riuscire a cambiare e nei sogni che non ho ancora fatto, 
credo nella Sampdoria, nel mio Paese e credo che cambiare in meglio sia possibile. 

credo nelle emozioni, in particolare le mie, nel potere delle parole e nella gestione dei pensieri, 
credo nei viaggi, nel cibo buono e nelle strette di mano, 
credo che ci sia qualcosa di bello per me, per le persone a cui voglio bene e per chi se lo merita. 

credo nell’amore, 
per questo sono sola.

martedì 26 gennaio 2016

CARE's per me

per essermi stravolta come forse mai mi è accaduto prima, 
per gli occhi fissi su un pc e le mani anchilosate, 
per aver mangiato solo panini a un evento culinario-ma-non-solo così straordinario 
e per aver dormito così poco e male che in realtà è come se non lo avessi mai fatto. 

per aver guidato su stradine del cazzo ed essere passata dal Pordoi per tornare a casa, tra consapevolezza di essere idiota e rilassamento da “è finita", 
per essere stranamente sopravvissuta a temperature  che non mi hanno impedito di uscire a fumare, 
per non aver sciato in un posto con la neve, vera eresia per una che azzarda una discesa anche nel deserto di Abu Dhabi
e per aver avuto la netta sensazione di poter perdere le mani quella mattina che ho dimenticata i guanti nell’albergo. 

per aver conosciuto tutti gli incredibili ospiti solo attraverso il deprecabile filtro informatico, croce e delizia della mia vita, 
per aver potuto solo intuire la meraviglia delle loro creazioni, la passione nei loro movimenti e la soddisfazione nella riuscita del loro lavoro, 
per aver perso la possibilità di stringere la mano al mio Chef preferito in assoluto, il cui fascino mi magnetizza anche solo da lontano
e per aver imparato che quando pensi di essere troppo stanca per stare in piedi e ti addormenti sul tavolo, significa che è ora di andare a dormire, davvero. 

per aver capito che le cose date per scontate sono quelle che non ti vengono riconosciute, 
per aver stretto amicizia con persone appena incontrate, 
per aver chiacchierato su una terrazza con uno personaggio davvero forte che mi ha fatto quasi piangere con un “meriti di più” che chissà da dove è uscito, 
e per la sensazione di non aver colto un’occasione, ma forse è stato meglio così. 

per aver rotto i coglioni a mezzo ufficio e per aver imparato un po’ di più,
per essere stata parte di qualcosa più grande di me, ok, a discapito della mia sanità mentale, ma tant’è,
per essermi innamorata dell'intera categoria di chi cucina per professione,
per tutto questo e per tutto quello che non ho scritto. 

Grazie CARE's, e anche un po' prego.