martedì 26 gennaio 2016

CARE's per me

per essermi stravolta come forse mai mi è accaduto prima, 
per gli occhi fissi su un pc e le mani anchilosate, 
per aver mangiato solo panini a un evento culinario-ma-non-solo così straordinario 
e per aver dormito così poco e male che in realtà è come se non lo avessi mai fatto. 

per aver guidato su stradine del cazzo ed essere passata dal Pordoi per tornare a casa, tra consapevolezza di essere idiota e rilassamento da “è finita", 
per essere stranamente sopravvissuta a temperature  che non mi hanno impedito di uscire a fumare, 
per non aver sciato in un posto con la neve, vera eresia per una che azzarda una discesa anche nel deserto di Abu Dhabi
e per aver avuto la netta sensazione di poter perdere le mani quella mattina che ho dimenticata i guanti nell’albergo. 

per aver conosciuto tutti gli incredibili ospiti solo attraverso il deprecabile filtro informatico, croce e delizia della mia vita, 
per aver potuto solo intuire la meraviglia delle loro creazioni, la passione nei loro movimenti e la soddisfazione nella riuscita del loro lavoro, 
per aver perso la possibilità di stringere la mano al mio Chef preferito in assoluto, il cui fascino mi magnetizza anche solo da lontano
e per aver imparato che quando pensi di essere troppo stanca per stare in piedi e ti addormenti sul tavolo, significa che è ora di andare a dormire, davvero. 

per aver capito che le cose date per scontate sono quelle che non ti vengono riconosciute, 
per aver stretto amicizia con persone appena incontrate, 
per aver chiacchierato su una terrazza con uno personaggio davvero forte che mi ha fatto quasi piangere con un “meriti di più” che chissà da dove è uscito, 
e per la sensazione di non aver colto un’occasione, ma forse è stato meglio così. 

per aver rotto i coglioni a mezzo ufficio e per aver imparato un po’ di più,
per essere stata parte di qualcosa più grande di me, ok, a discapito della mia sanità mentale, ma tant’è,
per essermi innamorata dell'intera categoria di chi cucina per professione,
per tutto questo e per tutto quello che non ho scritto. 

Grazie CARE's, e anche un po' prego. 

martedì 12 gennaio 2016

della mia vacanza

di come sia stato irritante impiegare mezz’ora a chiudere la valigia prima di partire, 
dei vestiti piegati con cura immaginando poi chissà cosa, 
della sorpresa di non temere più l’aereo, il viaggio, la presunta solitudine. 

di ritrovare l’amico di famiglia e di incontrarne di nuovi stabilendo con loro un feeling inaspettato, 
di come sia naturale stare bene in mezzo a persone di tutte le età, 
dell’aver trasformato i miei compagni di viaggio in amici, di quelli che quando torni a casa poi ti mancano. 

di come sia stato soffice e liberatorio mandare a fanculo il 2015 da un punto qualsiasi in mezzo al mare, 
del messaggio della mamma che è arrivato a mezzanotte precisa fregando così il fuso orario, 
della ceasar salad con l’aragosta che ha accompagnato ogni singola e splendida, cena all’11° piano della mia Fortuna. 

dell’atterraggio a Dubai, tra eccitazione e lucine, dei Lady Taxi e della cafonaggine dei maschi, 
del centro commerciale, dei giochi di luce sotto il Burj Kalifa e di quel gin tonic sorseggiato al 63° piano di un albergo che qualche ora dopo è bruciato,
di quella sigaretta fumata sul balcone della mia cabina davanti allo skyline mentre sussurravo “non ci credo, sono qui”. 

dei colori di Muscat, di quel mare così intenso e selvaggio, d’accordo, ma assaporato da un super resort, 
della storia dell’Oman, di cui onestamente ignoravo tutto e dei racconti sull’amore della popolazione nei confronti del sultano, 
del tramonto mozzafiato che ho ammirato prima di partire, quando poi a un certo punto mi sono trovata in acque iraniane e ho sentito il bisogno di farmi un aperitivo. 

di Abu Dhabi, dei colori delle dune e dei riflessi della sabbia, della jeep che le cavalca e dei cammelli che spuntano da ogni angolo e ti guardano curiosi, 
del vento che ti spettina e che ti fa masticare i granelli così fini che sembrano polvere di terra, del fuoco e del freddo, 
di un Sole così Sole che mi è sembrato di vederlo per la prima volta e di quelle stelle, così luminose che la sensazione di essere lì in mezzo al nulla ha lasciato il posto a una meravigliosa serenità. 
di come non riesco a parlare troppo del deserto perché è stata un’esperienza così intensa che voglio tenere un po’ per me. 

dei fiordi di Khasab, delle piccola barche che sfrecciavano velocissime di fianco al nostro finto Dhow, 
dei villaggi dove l’acqua viene portata la mattina, così piccoli ma così pittoreschi e del bagno in quell’acqua così salata e così blu e così mare, 
dei delfini che ci hanno accompagnato per un pezzo e del vento gelido al rientro che non è riuscito a farmi pentire di essermi goduta quell'escursione.

della fantastica presenza di Titty, della palestra con Pia e dei nostri commenti sui suoi frequentatori, dell’amicizia sincera nata con Beina nonostante l’età e della nostra immediata complicità.

delle risate incontrollabili con Venucia e delle foto strabilianti di Marly, due persone così straordinarie che resteranno nel cuore,
dell’improbabile figura a cui ho assistito quando abbiamo conosciuto Andrea e della sua brillantezza nell’accettarla.

di Carlos e di come mi abbia tenuta a parlare fino alle 5,30 del mattino in una lingua che non conosco per poi dirmi “sarà meglio che vada da mia moglie”, 
di un accento inconfondibile che quell’ unica occasione ha reso stranamente piacevole e di quella frase sussurratami all’orecchio la mattina del primo giorno del 2016, 
forse una tra le più soffici che abbia mai sentito, che più o meno diceva “aspetto che ti addormenti e me ne vado”. 

di quando siamo partiti e, come ogni crociera, sono salita sul ponte per vedere le manovre con papà, 
di quando sono tornata e, come dopo ogni viaggio, ho capito dove voglio andare, cosa voglio fare e chi voglio avere. 

martedì 22 dicembre 2015

lacrime d'amore

insomma, ero lì che passeggiavo a 6.7 km/h in corso Italia quando ho sentito un suono strano. 
strano ma comune, molto comune. 
di quei suoni che non capisci da dove o da chi vengano, 
ma che in qualche modo sai ti appartengano. 

poi l'ho vista: era seduta su una panchina con gli occhiali da sole 
e una sciarpa enorme che stonava con l'insolito clima mite di un 20 dicembre qualsiasi a cercare di coprire la fonte di quel verso, che altro non era che un singhiozzo. 

ecco perché quel suono mi era familiare, perché anche io ho sempre riversato le mie lacrime in luoghi pubblici alla mercé di sguardi compassionevoli di sconosciuti piuttosto che tra le braccia di un'amica.

avrei voluto dirle tante cose, ma soprattutto l'ultima verità che ho imparato: 
in amore si piange per sé stessi, non per gli altri. 

non piangi per la persona che ti ha fatto soffrire 
ma piangi per liberare un'emozione. 
e le emozioni, qualsiasi esse siano, sono un segnale di vita. 

non piangi per la perdita di una storia d'amore, 
ma piangi per il sentimento che tu hai dato a una persona. 
che poi si è rivelata essere sbagliata per te. 

non piangi per recriminare un dolore che ti ha procurato, 
ma piangi per liberare il tuo. 
che riguarda così intimamente la tua persona, che quando lo capisci sai di esserne uscito. 

non piangi per la parola fine a un sogno che credevi comune, 
piangi per le aspettative in un futuro che tu pensavi di poter costruire. 
che è una cosa solo tua, probabilmente neppure mai condivisa.

non piangi per lui o lei, 
piangi a causa sua

si piange per sé stessi e non per gli altri. 
si piange perché ci amiamo e siamo egoisti e vogliamo solo il meglio per noi. 

ecco cosa sono le lacrime d'amore: 
un modo per guardarci allo specchio e dirci "ti voglio bene".






martedì 15 dicembre 2015

diapositive di famiglia

il mio ciao mamma stupito in piazza De Ferrari, 
una voce tra i mille cori per festeggiare il quarto posto, 
la sorpresa di scoprire quanto c'è di noi anche in quello. 

Carolina sei un po’ pallidina detto dal nonno Franco, 
il suo cappello da cowboy bianco, 
il suo abbraccio così stretto da farti il solletico.

Ste ed io chiusi dentro il castello delle streghe al luna park di Novi Ligure a causa di un black out, 
il mio tentativo di ostentare sicurezza nonostante la situazione, 
la certezza di non avere ricordi prima di lui. 

il profumo del rossetto della nonna Luisa, 
il suo sorriso così grande da diventare un abbraccio, 
la sua goccia di caffè nella zuccheriera per rendermi partecipe di quel momento tra grandi. 

la presenza a ogni concerto dei White Shiver, 
il mio impeccabile ruolo di attempata groupie ma per Nucs questo e altro,
tutti i drink offerti dai baristi dei locali.

la merenda della bisnonna Vincenza dopo lo sci,
il suo bacio in fronte nonostante fosse quasi più bassa di noi,
l’accento bergamasco ogni volta che parlava con il nonno Piopà.

in macchina con Paolo per le stradine sterrate di campagna, 
il suo “allacciati la cintura che sfondiamo il limite”,
le scommesse all’ippodromo di Pozzolo Formigaro. 

lo zio Ale che mi prende a cavallo durante una fiaccolata a san Candido, 
così piccola da potergli salire sulle spalle, 
così fortunata da fare quell’ultimo pezzo di pista dall’alto. 

un aperitivo a caso con lo zio Fede, 
i nostri confronti, le nostre risate e le confidenze, 
quei gin tonic solo con il bombay che hanno fatto credere a un amico che fossimo fidanzati.

Carolina muoviti detto dal nonno Johnny  esasperato dalla mia lentezza nel bere il caffè latte la mattina, 
la varicella che ci ha fatto conoscere un po' meglio
e averlo sempre considerato come un figo pazzesco. 

papà che mi apre la porta di casa sorridendo, 
la sigaretta in mano, un foulard rosa a coprire la ferita, la barba un po’ lunga
e io che penso Adri, sei bellissimo

lunedì 7 dicembre 2015

leggero, come l'olio sull'acqua

c' è un attimo nella vita di una persona che sta cambiando, si sta assestando o vorrebbe ristrutturarsi, in cui tutti i macchinosi pensieri di rinnovo, rimpianto o rimorso si annullano per non tornare più. un attimo in cui non si pensa a niente e, finalmente, ti senti leggero. 

leggero, come quando ti viene da sorridere mentre pulisci casa, e di norma non c'è un cazzo da sorridere perché è una cosa che odi, 
come il vento freddo di mattina, che ti sveglia senza farti arrabbiare, 
come la piuma di una giacca invernale che ti passi sul viso per vedere se soffri ancora un po' il solletico. 

leggero, come quando ti svegli felice per un sogno che hai fatto, 
come trovare una foto che non ricordavi più di avere, un po' per caso ma forse anche per destino, 
come riuscire finalmente ad ascoltare una canzone senza diventare triste anche se ti ricorda qualche testa di cazzo che è uscita malamente dalla tua vita. 

leggero, come lo zucchero a velo sparso su una discutibile torta assemblata senza cognizione di causa, 
come un profumo che senti per strada addosso a uno sconosciuto e vuoi sapere assolutamente di quale si tratta, così, per soddisfare la tua curiosità, 
come il gusto di un abbraccio con la tua amica di sempre. 

leggero, come ricordare un giorno della tua vita e pensare "com'ero felice", 
come togliersi gli scarponi dopo aver sciato, 
come un negroni con un amico che vedi poco ma senti molto spesso. 

leggero, come decidere finalmente che è ora di partire da soli, 
come quando hai deciso di ristrutturarti, prima fuori e poi dentro, 
come il soffio di un sospiro non tuo all'orecchio. 

leggero, come sapere di aver superato anche quello, 
come volere il bene delle persone che non fanno più parte della tua vita, 
come la mail di Giulia che manda l'oroscopo. 

leggero, come una cena con gli amici e un messaggio inaspettato, 
come ritirare il passaporto perché stai per partire e il regalo di San Nicolò, 
come la neve attaccata agli sci e il profumo di vin brulè. 

leggero, come le luci di Natale, 
come tornare a casa, 
come l'olio sull'acqua. 

leggero, come il vestito migliore. 
leggero, come me ora. 


lunedì 16 novembre 2015

la pratica del silenzio

non mi è mai successo di scrivere qualcosa sul mio blog che facesse riferimento alle atrocità del mondo, tutte le atrocità del mondo, 
un po' perché il blog è mio, parla di me, delle mie stronzate e di certo non vuole insegnare o spiegare la vita a qualcuno, 
un po' perché mi sembra l’unica scelta plausibile. 
e di questa scelta elencherò le mie ragioni con l’intento, una volta tanto, di non giudicare nessuno e con la speranza di non farmi rompere i coglioni: se non volete leggere, non fatelo. 

non scrivo niente sulle atrocità del mondo, tutte le atrocità del mondo,
perché il fatto di aver studiato scienze internazionali diplomatiche, chiaro segno del mio interesse in materia, non mi rende né esperta né in grado di affermare nulla di interessante,
perché  il mio ego smisurato, di fronte a certi fatti, è capace di fermarsi e lasciare posto a un sentimento che qui chiamerò pietà
perché sono assolutamente certa che della mia opinione, o di come io mi senta riguardo a certi eventi, non freghi un cazzo a nessuno. 

non scrivo niente sulle atrocità del mondo, tutte le atrocità del mondo, 
perché non sopporto la facile retorica del dolore, soprattutto se si tratta di un dolore di convenienza, 
perché non mi piacciono le dietrologie vomitate con una violenza e un risentimento a me francamente incomprensibili, 
perché non capisco il ruolo da Robin Hood che alcuni si sentono liberi di rivestire condividendo atroci notizie di massacri passati, magari gli stessi eroi che per una settimana hanno frantumato i coglioni con il leone Cecil. 

non scrivo niente sulle atrocità del mondo, tutte le atrocità del mondo, 
perché non reputo i social luoghi adatti a discutere di politica, massimi sistemi e cose più grandi di noi, 
perché ritengo che prima di parlare sia sempre bene informarsi 
e prima di informarsi sia sempre onesto riconoscere la propria comprensibile ignoranza su questioni così delicate e complicate

non scrivo niente sulle atrocità del mondo, tutte le atrocità del mondo, 
perché alla difficoltà, di qualsiasi difficoltà si tratti, io rispondo con il silenzio. 

lo faccio nella vita privata, nella vita professionale e di fronte alle difficoltà delle persone a cui voglio bene: 
mi rifugio nel silenzio quando sento dolore, 
rispondo con il silenzio quando il dolore è altrui. 

la pratica del silenzio, per me, non è codardia ma segno di rispetto. 
ecco. 

martedì 10 novembre 2015

di Londra e di cosa mi sono un po' innamorata

di quel padre con gli occhi azzurri e la camicia a quadri che accompagnava la figlia dalla sua mamma a Londra per poi tornare indietro lo stesso giorno,
di come la guardava e le parlava un po’ in italiano e un po’ in inglese, 
dei progetti che faceva per Natale e Capodanno “che magari ti vengo a prendere in macchina così ci fermiamo una notte a Parigi”, 
di quelle tre birre che ha bevuto durante il volo per non pensare che dicembre è troppo lontano. 

di quei ragazzi conosciuti sul treno di andata, carichi per il loro week end libero da mogli, compagni, figli e cani, 
del modo di scherzare, parlare, ridere e sorridere così simile a quello dei bambini quando sanno di dover andare a Gardaland, così proprio del genere maschile, 
degli abbracci tanto calorosi quanto incomprensibile al momento dei saluti 
e del viaggio di ritorno passato di nuovo con loro a discutere sul perché le donne siano così rompicoglioni ma se non lo fossero gli uomini non le vorrebbero. 

di quel fighissimo uomo che nel mezzo di una cena thailandese ha salvato un suo amico che stava soffocando, 
della estrema naturalezza con la quale ha fatto la manovra di Heimlich per poi sedersi sorridente come se nulla fosse successo, 
dell’ammirazione che ha guadagnato dalla tipa che gli era di fianco, dal suo amico e, perché no, da tutti i presenti, 
del fatto che io abbia mangiato i noodles, ormai riconosciuti come potenziali killer, con estrema tranquillità 
e di aver preso seriamente in considerazione di diventare biondo platino come la sua fidanzata. 

di Oxford e di quei ragazzi che vivono nella storia e, al tempo stesso, puntano a farla la storia un giorno, 
delle tradizioni britanniche che, per quanto a volte risultino odorare di naftalina, emanano un fascino davvero magnetico
delle mie mal celate lacrime che confermano la mia odiosa emotività, 
del livello di bellezza degli amici di mio fratello, davvero molto alto.

del nero della mia macchina, che quando parto per tornare mi fa vedere il tramonto riflesso sulla portiera ogni volta che sto per sorpassare